Lettere del “Che”

Lettera ai Figli

Cari Hildita, Aleidita, Camilo, Celia ed Ernesto,

se un giorno dovrete leggere questa lettera, è perché non sarò più tra voi.

Quasi non vi ricorderete di me e i più piccolini non mi ricorderanno affatto.

Vostro padre è stato un uomo che agisce come pensa ed è certamente stato fedele alle sue convinzioni.

Crescete come buoni rivoluzionari. Studiate molto per poter dominare la tecnica che permette di dominare la natura.

Ricordatevi che l’importante è la rivoluzione e che ognuno di noi, da solo, non vale niente.

Soprattutto siate sempre capaci di sentire nel più profondo di voi stessi ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo: è la qualità più bella di un rivoluzionario.

Arrivederci, bambini miei, spero di rivedervi ancora. Un grande bacio e abbraccio da papà

Lettera ai Genitori (1 Aprile 1965)

Miei cari,

ancora una volta sento sotto i talloni le costole di Ronzinante; mi rimetto in cammino col mio scudo al braccio.

Sono passati quasi dieci anni da quando vi scrissi un’altra lettera di commiato.

A quel che mi ricordo, mi rammaricavo allora di non essere miglior soldato e miglior medico; la seconda cosa ormai non m’interessa, come soldato non sono tanto male.

Nulla è cambiato di essenziale, salvo che sono molto più cosciente, e il mio marxismo si è radicato e depurato.

Credo nella lotta armata come unica soluzione per i popoli che lottano per liberarsi e sono coerente con le mie convinzioni.

Molti mi diranno che sono un avventuriero, e lo sono, solo di un tipo diverso, di quelli che rischiano la pelle per dimostrare le proprie verità.

Può darsi che questa sia la volta definitiva.

Non lo cerco, ma rientra nel calcolo logico delle probabilità.

Se è così, questo è il mio ultimo abbraccio.

Vi ho amato molto, solo che non ho saputo esprimere il mio affetto; sono estremamente rigoroso nelle mie azioni e credo che a volte non mi abbiate capito.

Non era facile capirmi, d’altra parte; credetemi, almeno oggi.

Ora una volontà che ho perfezionato con compiacimento da artista sosterrà due gambe molli e due polmoni stanchi.

Ricordatevi di tanto in tanto di questo piccolo condottiero del secolo XX.

Un bacio a Celia a Roberto, Juan Martin e Pototín, a Beatriz, a tutti.

A voi un grande abbraccio dal figliol prodigo e ribelle.

Ernesto

Lettera alla figlia Hilda (15 Febbraio 1966)

Ti scrivo oggi anche se la lettera ti arriverà parecchio tempo dopo la tua festa;

però voglio che tu sappia che mi ricordo di te e spero che tu stia passando molto felicemente il tuo compleanno.

Ormai sei quasi una donna e non ti si può scrivere come ad un bambino raccontandogli sciocchezze o piccole bugie.

Devi sapere che sono ancora lontano e che starò molto tempo separato da te, a fare quel che potrò contro i nostri nemici.

Non è che sia una gran cosa però qualcosa faccio, e credo che potrai essere sempre orgogliosa di tuo padre così come io lo sono di te.

Ricordati che ci vorranno ancora molti anni di lotta e anche tu, quando sarai una donna, dovrai fare la tua parte in questa lotta.

Nel frattempo bisogna prepararsi, bisogna essere una vera rivoluzionaria, il che alla tua età vuol dire imparare molto, il più possibile, ed essere sempre pronta ad appoggiare le cause giuste.

Inoltre obbedisci a tua madre e non credere di aver capito tutto prima del tempo.

Verrà il momento per questo.

Devi lottare per essere fra i migliori a scuola.

Migliore in ogni senso, e lo sai cosa vuol dire: studio e atteggiamento rivoluzionario e cioè buona condotta, serietà, amore alla rivoluzione, cameratismo, ecc.

Io non ero così quando avevo la tua età, ma vivevo in una società diversa dove l’uomo era nemico all’uomo.

Ora tu hai il privilegio di vivere in un’altra epoca, un’epoca di cui bisogna esser degni.

Non ti dimenticare di girare ogni tanto per casa per dare un occhio ai fratellini e consigliarli a studiare e a comportarsi bene.

Bada soprattutto ad Aleidita che ti sta molto a sentire perché sei la sorella maggiore.

Be’, vecchia mia, ti ripeto: spero che tu faccia un bel compleanno.

Dai un abbraccio a tua madre e a Gina, e ricevine tu uno grande e fortissimo che valga per tutto il tempo che non ci vedremo, dal tuo papà.

L’ultima lettera del Che a Fidel

L’Avana, “Anno dell’agricoltura”

Fidel,

in questa ora mi ricordo di molte cose, di quando ti ho conosciuto in casa di Maria Antonia,

di quando mi hai proposto di venire, di tutta la tensione dei preparativi.

Un giorno passarono a domandare chi si doveva avvisare in caso di morte, e la possibilità reale del fatto ci colpì tutti.

Poi sapemmo che era proprio così, che in una rivoluzione, se è vera, si vince o si muore, e molti compagni sono rimasti lungo il cammino verso la vittoria.

Oggi tutto ha un tono meno drammatico, perché siamo più maturi, ma il fatto si ripete.

Sento che ho compiuto la parte del mio dovere che mi legava alla rivoluzione cubana nel suo territorio e mi congedo da te, dai compagni, dal tuo popolo, che ormai è il mio.

Faccio formale rinuncia ai miei incarichi nella direzione del partito, al mio posto di ministro, al mio grado di comandante, alla mia condizione di cubano.

Niente di giuridico mi lega a Cuba; solo rapporti di altro tipo che non si possono spezzare come le nomine.

Se faccio un bilancio della mia vita, credo di poter dire che ho lavorato con sufficiente rettitudine e abnegazione a consolidare la vittoria della rivoluzione.

Il mio unico errore di una certa gravità è stato quello di non aver avuto fiducia in te fin dai primi momenti della Sierra Maestra e di non aver compreso con sufficiente rapidità le tue qualità di dirigente e di rivoluzionario.

Ho vissuto giorni magnifici e al tuo fianco ho sentito l’orgoglio di appartenere al nostro popolo nei giorni luminosi e tristi della crisi dei Caraibi.

Poche volte uno statista ha brillato di una luce più alta che in quei giorni;

mi inorgoglisce anche il pensiero di averti seguito senza esitazioni, identificandomi con la tua maniera di pensare e di vedere e di valutare i pericoli e i princìpi.

Altre sierras nel mondo reclamano il contributo delle mie modeste forze.

Io posso fare quello che a te è negato per le responsabilità che hai alla testa di Cuba, ed è arrivata l’ora di separarci.

Lo faccio con un misto di allegria e di dolore;

lascio qui gli esseri che amo, e lascio un popolo che mi ha accettato come figlio;

tutto ciò rinascerà nel mio spirito; sui nuovi campi di battaglia porterò la fede che mi hai inculcato, lo spirito rivoluzionario del mio popolo, la sensazione di compiere il più sacro dei doveri:

lottare contro l’imperialismo dovunque esso sia; questo riconforta e guarisce in abbondanza di qualunque lacerazione.

Ripeto ancora una volta che libero Cuba da qualsiasi responsabilità tranne da quella che emanerà dal suo esempio;

se l’ora definitiva arriverà per me sotto un altro cielo, il mio ultimo pensiero sarà per questo popolo e in modo speciale per te;

ti ringrazio per i tuoi insegnamenti e per il tuo esempio a cui cercherò di essere fedele fino alle ultime conseguenze delle mie azioni;

mi sono sempre identificato con la politica estera della nostra rivoluzione e continuo a farlo;

dovunque andrò sentirò la responsabilità di essere un rivoluzionario cubano e come tale agirò;

non lascio a mia moglie e ai miei figli niente di materiale, ma questo non è per me ragione di pena:

mi rallegro che sia così; non chiedo niente per loro perché lo stato gli darà il necessario per vivere e per educarsi.

Avrei molte cose da dire a te e al nostro popolo, ma sento che le parole non sono necessarie e che non possono esprimere quello che io vorrei dire;

non vale la pena di consumare altri fogli.

Fino alla vittoria sempre. Patria o Morte!

Ti abbraccio con grande fervore rivoluzionario

Che