Spie culturali all’Avana

Spie culturali all’Avana

Intervista a Raul Capote, agente segreto cubano infiltrato nella CIA, affida la sua storia a un libro.

Raúl Antonio Capote, nato a L’Avana nel 1961, è un ex agente segreto sui generis. Profondo conoscitore di Gramsci, basta poco per accorgersi di avere di fronte un uomo colto e risoluto. Oggi è un professore di Storia, cultura e letteratura cubana ma per anni è stato un agente segreto cubano infiltrato nella CIA, con la quale ha iniziato a collaborare nei primi anni ‘80. Ha lavorato come agente effettivo dell’agenzia nordamericana dal 2004 al 2011. Sui generis perché la guerra che ha combattuto, svolgendo attività di controspionaggio, si è giocata sul campo dell’immaginario, dei sogni e dei valori e Capote ha dovuto utilizzare le conoscenze connesse alla propaganda, alla psicologia di massa e all’ingegneria del consenso più che quelle militari.

Nel suo ultimo libro, La guerra che ci fanno (Red Star Press, pp. 256, 16 euro), descrive la guerra a bassa intensità e senza scrupoli condotta dagli Stati Uniti per l’egemonia culturale nel mondo. «Le bombe cominceranno a cadere quando avranno fallito i simboli» (L. B. García), niente soldati o missili, eppure la «battaglia per la conquista delle menti umane», come la definì la CIA nel dopoguerra, è ancora in atto. Un libro di parte, senza dubbio, ma non potrebbe essere altrimenti considerata la storia personale dell’autore. Capote analizza minuziosamente con nomi e dati (uno su tutti: dal 1996 la CIA ha finanziato con 225 milioni di dollari circa 130 organizzazioni non governative con l’obiettivo di destabilizzare Cuba) le strategie, le tecniche e i progetti portati avanti dalla formidabile macchina di propaganda della CIA nel mondo, in particolare in America Latina e a Cuba.

Capote, alias agente Pablo per la CIA, è stato uno dei protagonisti di questa guerra culturale, il suo compito era quello di avvicinarsi ai giovani cubani più promettenti con l’obiettivo di indirizzarli, manipolarli e trasformarli in futuri leader al servizio degli USA. Dopo anni di lavoro nell’ombra, durante i quali ha contribuito a depotenziare i progetti nordamericani contro Cuba, nel 2011 Capote ha potuto rivelare la sua vera identità. L’occasione si è presentata al processo contro Alan Gross, dipendente di uno dei principali contractor dell’USAID (United States Agency for International Development) e accusato di «atti contro l’indipendenza e l’integrità territoriale» di Cuba. Insieme ad altri agenti cubani infiltrati, ha testimoniato sulle reali attività di Gross facendolo condannare. Abbiamo incontrato e intervistato Capote a Roma in occasione di un tour di presentazioni del libro organizzato dall’Associazione di amicizia Italia-Cuba e da Patria Socialista.

Hai scritto che «la vera arma segreta degli Stati Uniti è la cultura più dell’esercito».
Cosa intendi per guerra culturale?
La guerra culturale condotta dagli Stati Uniti ha l’obiettivo di seminare i valori della società nordamericana nelle popolazioni che si vogliono dominare. Per diffondere questi ideali, gli USA utilizzano tutti i mezzi dell’industria culturale che hanno a disposizione: cinema, tv, radio, musica, letteratura, mass media e tutto ciò che normalmente le persone utilizzano per distrarsi, per rilassarsi, per disconnettere. Ogni spazio viene permeato dai valori della società nordamericana.

Parli di immaginario simbolico e di lotta per curare l’anima; sembra quasi che la CIA abbia letto Gramsci, è così?
Sì, all’interno della CIA hanno studiato l’opera di Gramsci, del quale io stesso sono un grande ammiratore. Il dominio culturale in Europa è stato concepito a partire dalle sue idee. La CIA fu fondata nel 1947 e nel 1953 fu creato il fronte culturale della CIA, un importante dipartimento per la guerra culturale composto da ufficiali veterani dei servizi speciali nordamericani, alcuni ex-comunisti ed ex-golpisti, vecchi ufficiali della Germania nazista, persone con grande esperienza nell’Europa dell’est. Questi ultimi erano specialisti che avevano combattuto contro l’Unione Sovietica prima ancora che la guerra iniziasse. Molti di loro avevano lavorato come agenti segreti all’interno dell’URSS (operazione «Okopera» ndr) ed erano in possesso di archivi e di informazioni importanti riguardanti l’Europa, motivo per il quale avevano un ruolo vitale nell’organizzazione.

Il prodotto di questa fabbrica del consenso l’hai definito «homo frivolus», in cosa consiste?
È un concetto della CIA. Per loro «l’uomo frivolo» è un uomo banale che non ha nessun interesse collettivo ed è profondamente individualista. È una persona che non si preoccupa del resto del mondo e che ha come unico scopo nella vita quello di fare soldi e prosperare come individuo, anche calpestando gli altri.

C’è un punto debole nella strategia adottata dalla CIA in questa guerra culturale?
Cercare di imporre la propria cultura ad altri Paesi è una tattica vecchia, non è una scoperta degli Stati Uniti, tutti gli imperi nella storia dell’umanità hanno cercato di imporre la propria cultura come arma di dominazione. Il punto debole di questa strategia sta nella sottovalutazione dell’identità culturale nazionale. Nel caso di Cuba, ad esempio, tutti i tentativi da parte degli Stati Uniti di conquistarla culturalmente sono falliti miseramente. Questo accade anche in altri posti, prendiamo ad esempio Porto Rico, un Paese sul quale gli USA hanno avuto sempre un forte controllo. Hanno provato in tutti i modi ad utilizzare elementi di colonizzazione culturale ma i portoricani continuano ad avere la loro identità; c’è una resistenza culturale nella lingua, nell’arte, nelle tradizioni, nella loro forma d’essere. Si possono destituire i governi ma non i popoli.

Sembra però che l’«American way of life» non abbia rivali. Per quale motivo l’Unione Sovietica non è riuscita a costruire un immaginario e una cultura rivoluzionaria altrettanto potenti?
I sovietici stavano costruendo una cultura alternativa, il socialismo, all’interno di una cultura dominante, il capitalismo. Questo richiede capacità, intelligenza e forza dal punto di vista ideologico. I sovietici fecero concessioni insensate e la loro incapacità di gestire lo scontro portò alla loro sconfitta. Provarono a chiudere il Paese a qualsiasi influenza culturale esterna e quello fu un errore, non si può costruire una cultura senza conoscere quello che sta accadendo nel resto del mondo. Quando le persone entrarono in contatto con la cultura capitalista, non avevano le difese necessarie per affrontare quella valanga di simboli che arrivavano dal cinema, dalla musica, da tutte le parti. La guerra culturale contro l’Unione Sovietica fu ineguagliabile e gli USA utilizzarono i soldi del Piano Marshall per imporre con forza la propria cultura in Europa. Cuba invece non si chiuse mai al resto del mondo, per cui eravamo più preparati ad interagire con i valori del capitalismo. Chiudersi totalmente avrebbe voluto dire aprire le porte alla sconfitta della nostra cultura. Siamo consapevoli infatti di vivere all’interno di una cultura capitalista, siamo un’isola, geograficamente parlando, ma non un’isola dal punto di vista simbolico, e ciò che stiamo proponendo è un’alternativa culturale.

Negli ultimi anni a Cuba c’è stata una maggiore apertura all’iniziativa privata. Non la giudichi una parziale sconfitta del modello socialista cubano?
No, perché a Cuba c’è stata sempre l’apertura alla proprietà privata. Uno dei grandi miti su Cuba è che non esisteva la proprietà privata, ma invece c’è sempre stata anche in alcuni elementi della produzione e non ha mai smesso di esistere. Le cooperative socialiste nel campo dell’agricoltura, ad esempio, rappresentano una forma di proprietà. I cubani non vivono isolati dal mondo, tutto il contrario, hanno assimilato talmente bene il progetto socialista cubano che sono in grado di prendere spunto da altre esperienze che considerano positive. La rivoluzione cubana è in continuo divenire e ha la capacità di adattarsi e fortificarsi integrando la controcultura che lei stessa genera. L’aumento del settore privato, sebbene il settore statale sia ancora fondamentale nell’economia cubana, ne è un esempio. L’idea che oggi le piccole e medie imprese operino all’interno di un progetto socialista ci sembra assolutamente logica, funziona perfettamente in un mondo in cui le multinazionali hanno distrutto le piccole imprese in molte parti del mondo. Potremmo addirittura dire che il socialismo potrebbe essere, nelle attuali circostanze, una sorta di salvaguardia per la piccola e media impresa.

A proposito della tua esperienza come agente segreto, per quale motivo la CIA si è interessata a te? Che profilo stavano cercando?
Quando i servizi speciali statunitensi mi avvicinarono per la prima volta avevo circa 20 anni e vivevo nella provincia di Cienfuegos, all’epoca un’area in pieno sviluppo industriale. Si stava costruendo una centrale elettronucleare e una grande raffineria di petrolio. Giovani ingegneri, tecnici, specialisti e lavoratori provenienti da tutto il Paese arrivavano in città. In quel momento ero a capo di un’organizzazione giovanile di creativi e artisti che si rafforzò proprio grazie a quel contesto così fertile. Ed è per questo che ho attirato l’attenzione della CIA. Eravamo un gruppo di giovani ribelli, come lo sono i giovani come noi educati all’interno della rivoluzione; per noi gioventù e rivoluzione sono simboli di ribellione. Forse la CIA ha confuso quella ribellione rivoluzionaria con una sorta di dissenso e credeva di essere in presenza di una persona che poteva essere reclutata. Possono reclutare una persona per una determinata azione di spionaggio, oppure formare dei leader e in questo caso lavorano sempre con molto anticipo e preparano la persona per anni, così, quando sarà il momento, sarà pronta ad agire. Ecco perché gli Stati Uniti mi avvicinarono così presto: iniziai nel 1986 e ho terminato nel 2011. Mi hanno allenato e preparato in modo scrupoloso ed esaustivo come hanno fatto con migliaia di persone in tutto il mondo. La maggior parte dei grandi leader dell’America Latina hanno avuto percorsi simili al mio: sono stati selezionati, preparati e addestrati. Alcuni diventano agenti della CIA, altri semplicemente dei collaboratori.

Quando hai avuto contatti con i servizi cubani e quando ha iniziato l’attività di controspionaggio?
I servizi cubani avevano previsto che la CIA mi avrebbe potuto contattare e vennero da me alcuni mesi prima degli americani, probabilmente per le stesse mie caratteristiche che avevano destato interesse nella CIA. La sicurezza cubana voleva mettermi al corrente della situazione e conoscere la mia opinione in merito a questa eventualità. Espressi la mia disponibilità ad essere formato per difendere il mio Paese e così iniziò un processo di reclutamento nella sicurezza cubana. Quando arrivarono i servizi speciali americani ero già un agente dell’intelligence cubana.

In cosa consisteva il progetto Génesis del quale eri un organizzatore?
Génesis fu un progetto a lungo termine della CIA finalizzato al cambiamento del sistema politico a Cuba. Iniziò nel 2004 per essere pronto nel 2014, lavorarono con 10 anni di anticipo. Génesis aveva tre linee di azione. In primo luogo si dovevano formare nuovi leader per sostituire quelli che c’erano nel Paese. Avevano bisogno inoltre di addestrare leader cubani di sinistra, perché una dirigenza di destra contraria alla rivoluzione non avrebbe prodotto alcun risultato. Crearono quindi un intenso programma di borse di studio, come fecero in molte parti del mondo, per formare i leader all’estero, per addestrarli nelle università nordamericane e in Europa. Non sarebbero diventati necessariamente degli agenti o degli attivisti, ma persone con un livello di influenza e di leadership piuttosto elevato all’interno della società cubana.

Il secondo elemento di Génesis consisteva nel fornire a questo gruppo di nuovi leader tutta la capacità tecnologica per essere in grado di stabilire canali di comunicazione veloci: internet, telefoni cellulari, eccetera. Crearono anche programmi speciali di social networking e microblogging per Cuba, come Zunzuneo e Piramideo, per inviare grandi quantità di messaggi, fomentare la mobilitazione ed indirizzare il dissenso di piazza.
Adottarono la stessa strategia anche in altri Paesi (nel libro c’è un capitolo dedicato alle «rivoluzioni colorate» in cui si analizza in particolare il caso di Otpor in Jugoslavia ndr). Il terzo elemento consisteva in un’intensa guerra nel campo della cultura. Durante il progetto abbiamo studiato il consumo audiovisivo dei cubani e abbiamo creato una televisione on-demand appositamente per Cuba, con una programmazione fatta dalla CIA per influenzare la mentalità delle persone in modo che, in quei dieci o quindici anni, si potesse creare una massa critica cubana che avesse i valori del capitalismo, che ammirasse il capitalismo e che non avesse alcun interesse nella rivoluzione cubana. L’obiettivo era costruire quell’uomo frivolo che avrebbe permesso alti livelli di mobilitazione all’interno del Paese; quando ciò fosse accaduto, ci sarebbe stato un cambio generazionale a Cuba. La CIA aveva calcolato che in un decennio o poco più i leader storici della rivoluzione sarebbero scomparsi e sarebbero stati sostituiti da nuovi leader «made in USA»; si stavano preparando per questo.

Il progetto Génesis – trasformato in una Fondazione nel 2005 – sarebbe dovuto rimanere segreto fino alle elezioni, continuando a lavorare con un basso profilo soprattutto nelle organizzazioni giovanili universitarie. Al momento opportuno, utilizzando la forza creata dalla nuova leadership, un imponente supporto mediatico e cospicui finanziamenti esterni, avremmo proposto ai cubani un’alternativa al socialismo all’interno del socialismo stesso. Avremmo detto che eravamo un movimento socialista che non voleva distruggere la rivoluzione ma modernizzarla. Questo secondo la CIA avrebbe creato una spaccatura nel Paese. Il secondo stadio del progetto avrebbe assunto la forma del tipico colpo di stato soft: rivolta tecnologica, scontro con le autorità, creazione di caos, stato di ingovernabilità. Creare una tale situazione di caos avrebbe fatto implodere il governo e questo ci avrebbe permesso di richiedere l’intervento militare degli Stati Uniti per garantire la sicurezza del Paese e tenere libere elezioni.

Hai mai avuto paura per la tua vita?
Mentre ero al lavoro ero sempre spaventato, non sono un supereroe in stile Marvel o un agente dei film di 007. Avevo paura, naturalmente, ho sempre temuto che mi potesse accadere qualcosa, come qualsiasi normale essere umano. Sapevo inoltre che se qualcosa fosse andato storto nessuno avrebbe saputo del mio reale lavoro e sarei morto come un traditore della patria. Quando si è consapevoli del valore del proprio lavoro, quando si conosce il nemico e quello che potrebbe fare al tuo Paese, si superano le paure. Credo che non sia affatto onorevole sapere quello che i tuoi nemici stanno organizzando contro la tua gente e contro il resto del mondo e tacere in nome della tua sicurezza personale. Oggi potrebbe accadermi di tutto ma continuo ad agire secondo le mie convinzioni.

Fabrizio Rostelli https://ilmanifesto.it

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