Camilo Cienfuegos morì il 28 ottobre del 1959 in un incidente aereo caduto in mare che lo stava portando a l’Avana

Camilo Cienfuegos (1932-1959) fu uno dei tre massimi leader della Rivoluzione cubana. Guidò una delle due colonne che parti dalla Sierra Maestra ed attraversò l’isola fino a provocare la caduta del tiranno Batista e a conquistare l’Avana. L’altra colonna era guidata da Che Guevara, che battezzò Camilo “signore dell’Avanguardia”.

Era molto popolare anche per le sue umili origini e l’immediatezza del carattere.

La sua storia di leggendario barbudo comincia un mattino del 1952, poco dopo il golpe di Fulgencio Batista, quando adotta un cane randagio battezzandolo Fulgencio: gli era parso il nome più adatto per un bastardo!!

Buon narratore, amante degli animali, audace e pronto ad affrontare qualsiasi rischio, animato da un profondo senso dell’amicizia e dell’avventura, Camilo trascorre un certo periodo negli stati uniti. Tornato in patria comincia la sua attività rivoluzionaria.

La sua lotta lo porta prima in carcere e poi in ospedale. “Il mio vecchio – scrive più tardi – stravolto dalla tensione e dall’emozione, levò la benda macchiata di sangue con cui mi aveva tamponato la ferita, e disse: “E‘ il sangue di mio figlio, ma è sangue versato per la rivoluzione”.

Morì quando il 28 settembre 1960 tornava su di un piccolo aereo da Camaguey dove era andato per sedare una rivolta guidata da Hubert Matos.

L’aereo incappò in un fortunale e scomparve in mare. Il suo cadavere non venne mai trovato e, il 28 di settembre, in ogni parte di Cuba la gente va in riva al mare o su un fiume e vi getta “una flora para Camilo”, un fiore per Camilo.

Camilo Cienfuegos conta ventiquattro anni quando giunge in Messico per partecipare alla spedizione del Granma (1956). E’ una età che corrisponde a quella media dei suoi compagni: Camilo e più giovane di Fidel e del Che, ma più vecchio di Raul Castro e di Frank Paìs. Due anni più tardi, trasformato in barbuto e in leggendano capo guerrigliero, entrerà all’Avana alla testa delle colonne dell’esercito ribelle, al fianco del Che. Per il momento, Camilo Cienfuegos é un giovane come tanti altri, mosso dal patriottismo e dallo spirito i avventura. La lotta farà dì lui un leader, ma adesso egli non é che un semplice volontario. Tale, per lo meno, può sembrare.

Certi particolari sulla sua biografia e gli aneddoti che corrono sul suo conto ci dicono però qualche cosa di più. Un mattino all’alba, poco dopo il golpe di Fulgencio Batista, in casa dei genitori, con i quali all’epoca Camilo viveva, era comparso un cane randagio; e Camilo lo aveva adottato come prima altri cani, battezzandolo Fulgencio: gli era parso che fosse il nome più adatto per un bastardo. Gli é che, in quella casa, la politica era pane quotidiano. Il padre di Camilo, Ramòn, uno spagnolo, era stato attivista sindacale della Union de Operarios Sastres (Unione dei lavoratori di sartoria) e qualche anno prima aveva pubblicato un manifesto dal titolo incendiario La rivoluciòn rusa si extenderà por el mundo (la rivoluzione russa si estenderà a rutto il mondo). In seguito, durante la guerra civile spagnola, Camilo, ancora bambino, aveva spesso accompagnato il padre durante le sue collette per 13 raccolta di fondi. Buon narratore, amante degli animali, audace e pronto ad affrontare qualsiasi rischio, animato da un profondo senso dell’amicizia, Camilo mancava però di una virtù, la disciplina. All’epoca, tuttavia, poteva sostituirla con lo spirito d’avventura. Operaio come suo padre, un giorno aveva deciso di andare negli Stati Uniti.

Lì aveva fatto I lavori più svariati, nessuno dei quali stabile. Ma un bel giorno il cubano emigrato avverte “un gelo da spaccare il cuore a chiunque”, e ritorna in patria. La distanza gli ha permesso di rendersi conto dei mutamenti intervenuti. E’ partito con Batista al potere; tornato, ritrovava ancora Batista al suo posto: con la differenza che l’ex sergente ha ormai dato fondo a tutti i suoi trucchi demagogici, mostrando apertamente il ceffo del dittatore. “Sono certo, – scrive Camilo a un amico nel 1956 – che se tu fossi a Cuba resteresti sbalordito delle cose che qui avvengono. I soprusi sono tali, che solo chi ne é testimone può convincersi della loro realtà”.

La lotta per le strade, le manifestazioni che, nelle città, si sono trasformate in aperta protesta, lo coinvolgono, e Camilo finisce una volta in carcere e un’altra all’ospedale. In quel torno di tempo, gli capita un’esperienza che non dimenticherà mai più e la riferisce in una sua lettera: – Fu quando il mio vecchio, travolto dalla tensione e dall’emozione, levò la benda macchiata di sangue con cui mi aveva tamponato la ferita, e disse: “E‘ il sangue di mio figlio, ma é sangue versato per la rivoluzione”-. Il padre e il figlio, che un tempo avevano raccolto, fianco a fianco, fondi per la guerra civile spagnola, sarebbero ancora proceduti assieme.

La tradizione rivoluzionaria non era andata perduta: al pari di tanti altri giovani cubani della sua generazione, Camilo si era assunto la responsabilità di portarla avanti. Non gli fu però concesso di partecipare a lungo, dopo la vittoria sulla dittatura, alla costruzione della sua nuova patria: il 28 ottobre 1959, Camilo Cienfuegos moriva in un incidente aereo. Ma egli continua a vivere nella memoria di un popolo che si riconosce pienamente in colui che, semplice lavoratore, fu esaltato dalla rivoluzione a capo leggendario di un popolo eh- ha fatto proprio il motto: “C’é stato un Camilo, ci saranno molti Camilo”.

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